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Quando la paura si traveste da spiritualità

Come il complottismo sta svuotando di senso il mondo olistico.

Da tempo sto assistendo ad una deriva che, da operatore olistico, faccio sempre più fatica a comprendere e ad accettare: il modo in cui una parte del mondo spirituale sia finita a parlare quasi esclusivamente di complotti.

Lo vediamo tutti i giorni sui social o nei gruppi di settore. Si comincia magari parlando di energia, benessere, meditazione o crescita personale e, poco dopo, eccoci arrivati al grande complotto di turno. Qualcuno ci controlla. Qualcuno ci avvelena. La medicina nasconde la verità, la scienza mente, le istituzioni manipolano e le aziende farmaceutiche tramano nell’ombra.

E immancabilmente c’è sempre qualcuno che “ha capito tutto” e che guarda caso è proprio chi ce lo sta spiegando.

Ed è qui che, secondo me, bisogna fermarsi.

Essere operatori olistici, operatori energetici o esoterici non autorizza ad essere complottisti. Avere una visione spirituale della vita non significa dover pensare che dietro ogni cosa ci sia una regia occultata che trama contro di noi. E soprattutto non significa avere una specie di autorizzazione a parlare di qualsiasi argomento come se si fosse esperti di tutto.

Io sono un operatore olistico, tra le altre cose. Non mi vergogno di esserlo e non rinnego affatto il mio percorso. Ma proprio perché faccio parte di questo mondo, credo sia doveroso dire che qualcosa non va quando la spiritualità viene utilizzata per alimentare sospetto e paranoia.

Il potere della paura

Perché la paura funziona. Ha una leva emotiva fortissima.

Se dico a una persona: “prenditi cura di te, ascoltati, cerca il tuo equilibrio”, le sto dando un messaggio positivo, ma che non crea una reazione viscerale. Se invece le dico: “stanno cercando di avvelenarti e nessuno te lo dirà mai”, quella persona si blocca. Vuole sapere chi, vuole sapere perché, vuole sapere come difendersi. E soprattutto vuole risposte da chi dice di aver scoperto la verità.

È un meccanismo semplice, ma potentissimo. Il problema è che, una volta entrati in questa logica, si crea una struttura che si protegge da sola:

  • Se un medico esprime un parere diverso, è al servizio del sistema.
  • Se uno scienziato contraddice la teoria, è manipolato.
  • Se un giornale riporta altri fatti, sta facendo propaganda.
  • Se non si trovano le prove del complotto, è perché le hanno nascoste.

A quel punto non esiste più nulla capace di dimostrare che la teoria sia sbagliata: qualsiasi evento, anche la totale assenza di prove, diventa una conferma. Questa non è ricerca della verità, è una convinzione cieca.

Autorevolezza e responsabilità professionale

Il fatto che queste tesi vengano raccontate da chi si presenta come guida spirituale o del benessere dovrebbe renderci ancora più prudenti. Chi opera nel settore olistico conquista facilmente la fiducia delle persone. Se quella fiducia viene usata per esprimere sentenze su medicina, salute o scienza senza averne le competenze, il rischio di confondere e disorientare è enorme.

Qui entra in gioco quello che spesso viene chiamato analfabetismo funzionale: non significa essere stupidi o non saper leggere, ma avere difficoltà a distinguere un’informazione da un’opinione, una coincidenza da una causa, o una testimonianza emotiva da una prova rigorosa.

Basta un grafico dai colori efficaci per farlo sembrare “scientifico”. Basta inserire parole come “frequenze”, “vibrazioni” o “energia quantica” per dare l’illusione di aver aperto una porta segreta sull’universo. Ma i termini presi in prestito dalla fisica non rendono scientifica una frase, così come la sincerità di chi parla non garantisce la verità di ciò che sostiene. Si può raccontare con assoluta buona fede un’esperienza personale ed averne dato un’interpretazione completamente sbagliata. L’esperienza vissuta è reale; la spiegazione che ne diamo potrebbe non esserlo affatto.

Quando si parla di salute, questa distinzione è vitale. Un conto è condividere il benessere provato con una meditazione o una pratica energetica. Un altro è dire a una persona di non fidarsi dei medici, di sospendere una terapia o che esiste una cura miracolosa tenuta nascosta. Lì non stiamo più semplicemente raccontando il nostro percorso: stiamo condizionando decisioni che toccano la vita e la sicurezza altrui. Servono molta più etica e senso di responsabilità.

La forza di dire “Non lo so”

Non possiamo pretendere di essere presi sul serio quando parliamo di spiritualità e poi pretendere che nessuno ci faccia domande quando usciamo dal nostro campo.

Non abbiamo bisogno di inventare un nemico per ogni problema o una cospirazione dietro ogni sofferenza. Il mondo è già complesso senza dover trasformare ogni coincidenza in un complotto:

  • A volte una cosa va male semplicemente perché qualcuno ha commesso un errore.
  • A volte una persona si ammala perché il corpo si ammala.
  • A volte una coincidenza è soltanto una coincidenza.
  • E molto spesso, la spiegazione più semplice è semplicemente quella corretta.

Lo so, è molto meno affascinante di una grande cospirazione mondiale. Ma la realtà non ha l’obbligo di essere un romanzo.

Non sapere una cosa non è una vergogna. È immensamente più onesto dire “non ho gli elementi per dirlo” che inventare una storia e spacciarla per una verità che ci stanno nascondendo. Dovremmo imparare a dire “non lo so” molto più spesso.

Tornare alla vera consapevolezza

Va benissimo ascoltare la propria intuizione, fermarsi, ascoltare il cuore e dare valore alle sensazioni profonde. La spiritualità è anche questo: imparare ad ascoltarsi.

Ma ascoltare il proprio cuore non significa credere che tutto ciò che accade là fuori sia un attacco diretto a noi. L’intuizione può suggerirci prudenza, ma non deve trasformarsi in una macchina capace di fabbricare pericoli ovunque. Se ogni diagnosi diventa un attacco e ogni opinione diversa una prova di manipolazione, non stiamo ascoltando l’anima: stiamo solo alimentando la paranoia.

Possiamo vivere una spiritualità profonda senza spegnere la ragione. Possiamo seguire l’intuito senza smettere di porci domande.

Non voglio che la parola “olistico” diventi sinonimo di “antiscientifico”, né che la parola “consapevolezza” venga usata per insegnare ad avere paura del mondo. Perché vivere nella paura non rende più evoluti: rende solo più bravi a cercare conferme ai propri spaventi.

La vera consapevolezza non parte da “chi c’è dietro?” o “chi vuole nasconderlo?”. Parte da una domanda molto più banale e severa: “Come facciamo a sapere che questo è vero?”

Cerchiamo le fonti, verifichiamo, confrontiamo e ascoltiamo anche chi la pensa diversamente. E se alla fine non abbiamo una risposta cerchiata di rosso, diciamo semplicemente “non lo so”. Non è ignoranza: è integrità.

Una spiritualità che non ha bisogno di fabbricare nemici, seminare il panico e costruire complotti per sentirsi valida è una spiritualità sana. Perché quando la paura si traveste da spiritualità, smettiamo di cercare la verità: iniziamo soltanto a cercare qualcuno che ci dica che avevamo ragione ad avere paura.

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